LATTE, COLDIRETTI LAZIO: “TESTO UNICO DEL COMMERCIO  SIA GARANZIA PER I CONSUMATORI”
30 ottobre 2018

LATTE, COLDIRETTI LAZIO: “TESTO UNICO DEL COMMERCIO SIA GARANZIA PER I CONSUMATORI”

In riferimento alla proposta di legge regionale del 20 giugno 2018 riguardante la “Disciplina del commercio e della somministrazione di alimenti e bevande”, Coldiretti Lazio ha proposto un emendamento per tutelare produttori e consumatori di latte. A tal fine si richiede che il prezzo praticato dalle industrie che raccolgono il latte vaccino e ovicaprino laziale copra quantomeno i costi di produzione degli allevatori che ogni giorno devono consegnare il prodotto, trattandosi di un alimento altamente deperibile.

“Tale caratteristica viene sfruttata per penalizzare in maniera sconsiderata una categoria produttiva fondamentale per il settore, storicamente radicata sul territorio e da sempre impegnata a mantenere elevati standard qualitativi, molto apprezzati dai consumatori – spiega David Granieri, presidente Coldiretti Lazio - La deperibilità del latte è il fattore che consente alle industrie di imporre prezzi assurdi costringendo gli allevatori a svendere il loro prodotto. L’emendamento proposto mira a riequilibrare questo rapporto palesemente sbilanciato attraverso l’adeguamento del  prezzo corrisposto ai produttori. Il settore latteario-caseario, in grave difficoltà, necessita di interventi immediati per sanare situazioni irrisolte, a partire dalla battaglia sul pecorino romano. E’ veramente impensabile che solo 3 forme su 100 siano prodotte con il latte degli allevatori laziali. Una percentuale ridicola visto che parliamo di un prodotto simbolo dell’agricoltura capitolina per storia, cultura e tradizioni. Altra questione aperta riguarda un asset strategico del settore zootecnico, la Centrale del Latte, rimasta purtroppo ancorata all’antica concezione di latte come commodity. Una posizione ormai superata che non tiene conto della rapida evoluzione del mercato. Anche in questo caso i numeri danno una corretta dimensione del fenomeno: agli allevatori vengono riconosciuti 0,38 euro per un prodotto che arriva sullo scaffale a un prezzo quasi quintuplicato (circa 1,70 euro). Una sproporzione ingiustificabile anche nei confronti dei consumatori”.

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